sabato 28 gennaio 2017

Sender Prager

Titolo: Sender Prager
Autore: Israel J. Singer
Genere: Racconto
Anno di pubblicazione: 1937
Recensione di: Chiara Bortolin

Sender Prafer è un ristoratore quarantenne che ha condotto una vita libertina e godereccia. Da qualche tempo però l’inquietudine lo coglie, nelle notti solitarie, quando non riesce a prendere sonno, quando avverte un malessere diffuso, quando il whisky non si comporta da amico. E’ in uno di questi momenti che decide di dare una svolta alla sua vita. 
Si reca dal Rabbino che, pur non essendo un bigotto, gli rappresenta da tempo tutte le pecche del suo stile di vita e gli rinnova l’invito a mettere su famiglia. Sender si rassegna e affida al religioso la scelta della sposa, per poi gettarsi a capofitto nella preparazione della sua nuova vita. I cambiamenti che appronta non sono vissuti con entusiasmo, ma l’angoscia per un futuro peggiore, il disgusto verso le persone che fino a quel momento lo hanno circondato e la convinzione di una seconda possibilità lo sostengono. 
Finalmente arriva il giorno del matrimonio e Sender affronta l’ultima fatica, sopportare il disprezzo della famiglia della sposa che, pur ridotta in miseria e privata di alcun aiuto, appartiene a una genealogia di integralisti spocchiosi, per i quali il passato del ricco sposo rappresenta una macchia indelebile che permette loro di accoglierne con gioia solo il denaro.
Sender confida che la nuova vita ripagherà i suoi sforzi. Il crollo è totale quando scopre che la moglie non è quella casta sposina che gli era stata rappresentata. Umiliato davanti ai suoi amici, sconfitto dalla decadenza che lo circonda, Sender torna alla sue vecchie abitudini senza alcuna allegria, pervaso dalla delusione, ormai privo di ogni speranza. 
In una delle notti di ubriachezza, mentre tenta di rifugiarsi in uno stanzino del locale, che da tempo preferisce alle mura domestiche, scivola dalle scale rimanendo paralizzato. 
Il racconto termina poche righe dopo: lascio al mio lettore la possibilità di scoprire la sorte di Sender, tanto sorprendente quanto crudele.
Singer è uno scrittore ebreo polacco, trasferitosi in America a inizio secolo. Di tutte le barbarie che vennero perpetrate durante la guerra al popolo ebreo e a milioni di cittadini europei non seppe nulla, perché mori prima che certe verità potessero emergere. 
Il mondo a cui si riferisce è un mondo in cui la realtà della miseria materiale si accompagna al diffuso senso di decadimento morale. Sono gli anni in cui alla dissolutezza delle classi agiate corrisponde il convincimento di un destino ineludibile e drammatico degli intellettuali. Sono i primi anni di quel Novecento che ha cambiato troppe storie troppo rapidamente, quasi fosse capitombolato da un decennio all’altro, dalla belle époque al conflitto, dalla prima alla seconda guerra mondiale e poi al boom economico e allo sviluppo incessante, che ancor prima di essere compreso si chiamava globalizzazione e lanciava verso un Duemila che di ruggente aveva solo la memoria.

E questa memoria è qui, che pesa, come un’eredità più rimpianta che desiderata, di cui si rammentano immaginari fasti, mentre si riparano vecchi pettineuse, di fronte a cui si sono specchiate ballerine di seconda fila, dal trucco scadente, che in nessun caso avremmo voluto per madre.

sabato 21 gennaio 2017

Ma gli androidi sognano pecore elettriche?

Titolo: Ma gli Androidi sognano pecore elettriche?
Autore: Philip K. Dick
Anno di Pubblicazione: 1968
Genere: Romanzo
Recensione di: Chiara Bortolin

Noi non nasciamo mica; noi cresciamo; nivee ce di morire di malattie o di vecchiaia, ci consumiamo come formiche. Sempre e formiche:ecco cosa siamo. Cioè non te. Voglio dire, io: chitinose dotate di riflessi che non sono veramente vive.

Tecnicamente questo libro rientra nella fantascienza, con grande disappunto degli appassionati del genere, che lo vorrebbero annoverato in un’altra categoria, come la fantapolitica.
Altrettanto tecnicamente questo libro non rientra nella Letteratura con la L maiuscola, perché la fantascienza, in cui la Letteratura annovera questo romanzo, non è un genere che sappia offrire grandi capolavori.
In comune le due fazioni portano la stessa motivazione, ma da punti di vista differenti. Il problema fondamentale è il tema. Da un lato si accusa che non sia ambientato nello spazio, con astronavi interstellari ed extraterrestri, dall’altro si ridicolizza un mondo impossibile senza sostanza narrativa.
Philip Dick immagina un mondo in un 1992 post nucleare, in cui l’umanità è stata decimata, insieme al mondo animale e vegetale e in cui una tecnologia avanzata sopperisce alle carenze vitali con macchine e alle carenze emotive con altri sistemi tecnologici. 
La Terra di Dick è un inferno tecnologico, reso con gran successo dal film The Blade Runner, in cui la maggioranza degli uomini si adegua al quotidiano e altri  cercano un’esistenza umana nell’unica dimensione che una macchina non potrà mai offrire, quella dei sentimenti.
Potrei ora fare una lunga e noiosa dissertatio per supportare la bontà degli argomenti trattati nel libro e spiegare le ragioni per cui si potrebbe affermare che la narrazione sia inferiore a essi, ma non sono questi gli aspetti che suscitano il mio entusiasmo.
Ciò che trovo interessante, in questo testo, come in generale nella fantascienza è il potere dell’immaginazione. La fantascienza ha le sue regole, tanto implicite, quanto inderogabili. La fantascienza può descrivere solo mondi irreali, di cui, fin dalle prime righe, si definiscono i punti cardine. E’ come se un Autore sussurrasse al lettore: se il mondo fosse così e così, allora potrebbe succedere questo. 
Questo è un esempio straordinario di immaginazione. E l’immaginazione è uno strumento straordinario. Imprescindibile per inventare altri mondi, per leggere questo mondo con occhi diversi, per capire il mondo che esiste, per intuire il mondo degli altri. Tutto questo si realizza con un costrutto sintattico, il periodo ipotetico, che a sua volta si basa su elementi grammaticali appresi alle elementari, i congiuntivi e i condizionali.
Sembra impossibile, ma è vero! A sei anni ripeti tabelle di verbi e a quaranta sei uno scrittore che immagina mondi o brevetta la cura per una malattia rara o inventa un materiale biodegradabile. Tutto questo perché hai in mente una particella invariabile del discorso, il se. 
Il problema è che se una regola vale in un senso, probabilmente vale anche nel suo contrario. Se l’immaginazione necessita dei congiuntivi, chi non li padroneggia è privo di immaginazione. Questo è un grande problema, questo è un problema democratico. 
Chi manca di immaginazione non solo non è in grado di immaginare un mondo orrendo in cui il post nucleare ha devastato il pianeta; chi non ha immaginazione non è in grado nemmeno di pensare come potrebbe essere questo mondo se si potesse agire meglio, come sarebbero le relazioni se si riuscisse a parlare meglio, ad ascoltare meglio, a pensare meglio.
Chi pensa solo all’indicativo, può solo pensare a un presente che è ed è immutabile, perché impossibilitato a chiedersi come sarebbe se; a un passato che è stato e non richiede ripensamenti perché incapace di chiedersi come sarebbe stato se; incapace di immaginare un futuro che non vada oltre a ciò che è ineludibile perché privo di immaginare come potrebbe essere il domani se.

Nel romanzo di Dick i personaggi sono costantemente alla ricerca di se stessi, nel tentativo di capire in ogni sguardo se davanti vi sia una macchina o un vero essere vivente. Sarebbe auspicabile, condizionale optativo o desiderativo, non doversi fare la stessa domanda incontrando persone in carne e ossa, ma con il senso del possibile inferiore a una macchina, perché, questo sì sarebbe un vero inferno.

venerdì 13 gennaio 2017

Contro il Fanatismo

Titolo: Contro il Fanatismo
Autore: Amos Oz
Anno di Pubblicazione: 2002
Genere: Saggio
Recensione di: Chiara Bortolin

(…) Sono un gran fautore del compromesso. So che questa parola gode di una pessima reputazione nei circoli idealistici d’Europa, in particolare tra i giovani. Il compromesso è considerato una mancanza di integrità, di dirittura morale, di consistenza, di onestà. Il compromesso puzza, è disonesto.
Non nel mio vocabolario. Nel mio mondo la parola compromesso è sinonimo di vita e dove c’è vita ci sono i compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, è morte. Sono sposato con la stessa donna da quarantadue anni: rivendico un briciolo di competenza, in fatto di compromessi. (…)

Chi conoscesse questo Autore per i suoi romanzi potrebbe sollevare un’obiezione di ordine letterario, perché questa è la prima recensione che dedico a Oz e, considerata la sua statura letteraria, considerate le sue ripetute candidature al Nobel, la mia scelta potrebbe apparire bizzarra.
La motivazione che posso addurre è naturalmente soggettiva ed è che un grande scrittore riesce a regalare  meraviglie anche in occasioni diverse dalla loro pratica quotidiana. Bisogna essere grati per questa generosa opera di diffusione di intelligenza.
Nel 2002 Oz tenne tre lezioni sul tema del fanatismo all’Università di Tubinga, a ben vedere non proprio un’Accademia secondaria, sul tema del fanatismo. Il saggio contiene la trascrizione di queste lectio magistrali.
Voglio essere molto chiara: questo saggio va letto. La si può pensare come si vuole sui molti temi che un argomento come il fanatismo richiama, penso all’integralismo, al terrorismo, alla religione, al conflitto tra israeliani e palestinesi. La si può pensare come si vuole, ma si potrebbe scoprire che il proprio pensiero sia   grossolano, dopo aver letto queste lezioni.
Il primo motivo per cui questo libro va letto è che è tanto semplice da leggere quanto complesso da rielaborare. E’ peculiarità delle menti brillanti saper illustrare in modo accessibile pensieri che solo loro sanno elaborare. Einstein che spiega il concetto di relatività, tanto per capire.
Tengo molto a questo aspetto: Oz è un donatore di pensieri, di idee, di concetti. Il fanatismo può essere combattuto solo dai moderati. Il fanatismo e il terrorismo sono due fenomeni attigui, ma non sono sinonimi né semanticamente né concettualmente. La pace e la fratellanza sono due concetti diversi, due fatti diversi, non necessariamente collegati. Il compromesso è l’unica, dolorosa via per un bene superiore, la pace. 
E di affermazioni così cristalline, così immediate, se ne trovano molte in queste poche pagine. Le argomentazioni a supporto scorrono altrettanto chiare, altrettanto evidenti. E qui vorrei sottolineare un altro aspetto: è una menzogna che la semplificazione sia inevitabile per rendere accessibili concetti complessi. La semplificazione presuppone la disistima del proprio pubblico, la demistificazione ne presuppone l’ignoranza. Un relatore adeguato fornisce gli strumenti per comprendere, non li omette.
Altro motivo per cui leggere questo saggio è la sua leggerezza. Oz riesce a essere brillante, a tratti divertente, ironico, pur trattando di temi così delicati. A dimostrazione che per essere seri non è necessario essere noiosi. A dimostrazione che chi ha confidenza con l’umanità preferisce un sorriso all’insulto.
Non ultimo, l’Autore è uno straordinario narratore e queste lezioni contengono tante storie, tanti aneddoti, tante deliziose curiosità, che di per se stesse valgono la lettura.

Sento sovente dire che non ci sono più intellettuali in giro, che non ci sono più personalità di riferimento culturali, al punto che a fare opinione sono rimasti i soliti buffoni di corte, che infarciscono i programmi satirici. Non è vero: gli intellettuali ci sono e parlano e scrivono, Amos Oz è uno di questi.

sabato 7 gennaio 2017

Viaggio di Nozze

Titolo: Viaggio di Nozze
Autore: Patrick Modiano
Anno di Pubblicazione: 1990
Genere: Romanzo
Recensione di: Chiara Bortolin

Ritorneranno ancorale giornate estive, ma il caldo non sarò mai cos’ opprimente, né le strade così deserte come quel martedì di Milano. Era il giorno dopo ferragosto. Avevo lasciato la valigia al deposito bagagli e uscendo dalla stazione avevo esitato un momento; non si poteva camminare in città sotto quella cappa di piombo.

Avevo già letto un romanzo di Modiano, Bijeaux, ed ero rimasta in dubbio: la storia sembrava sospesa, la protagonista sfuggente, la scrittura scorreva rapida pagina dopo pagina, avevo l’impressione di andare alla ricerca di un significato che sembrava sempre promesso e mai mantenuto. 
Probabilmente quello sarebbe stato l’unico romanzo di Modiano nella mia libreria, salvo regali imprevisti, se non fosse che a Modiano era appena stato conferito il Premio Nobel e a un Premio Nobel, per prudenza, si offre una seconda opportunità. Così ho preso Viaggio di Nozze.
Il titolo potrebbe trarre in inganno e indurre a pensare che si tratti di una storia sentimentale, niente di più lontano da ciò che il romanzo tratta. 
A dire il vero non è facile spiegare l’argomento del romanzo. Il protagonista, un esploratore francese di mezza età, decide di scomparire per qualche tempo e, nelle settimane che trascorre lontano dalla sua vita ordinaria, rievoca la storia di una donna incontrata anni prima, morta suicida. 
Come per il primo libro che ho citato, anche questo romanzo lascia un segno contraddittorio: la piacevolezza della lettura, che non ha nulla di superficiale e scontato, non offre un significato, se non quello integrato dal lettore.
Così, da lettore, ho cercato di capire, perché c’è un che di perturbante nel libro che non può lasciare indifferente. E, sia detto per inciso, il libro ha riscosso un grande successo di pubblico, il che per un Premio Nobel è ancora più difficile da spiegare  dell’attribuzione del Premio stesso.
Alla fine sono giunta a questa conclusione: leggevo Modiano e cercavo Sartre. Sono andata a cercare qualche critica e in effetti Modiano viene indicato come un esistenzialista.
Allora il punto è qui. Che Sartre scriveva in un certo periodo storico: aveva un pubblico che lo seguiva per le sue idee più che per i suoi romanzi, aveva una formazione umanistica che implicava il costante confronto con la filosofia, portava avanti un impegno politico per cui il disagio del singolo aveva senso solo se interpretato in una dimensione sociale.
Modiano sbatte in faccia l’ovvio: i tempi sono cambiati. Per questo motivo il suo protagonista sembra fluttuare nella trama senza prenderne possesso, perché l’uomo della fine del Novecento è fuori dal suo tempo storico; Jean è un soggetto la cui storia non ha nessun significato collettivo, perché nella segmentazione attuale è la storia singola che assume importanza; per questo un ricordo evanescente può sembrare un mistero da risolvere, quando tutto è importante, nulla è importante. Il giudizio del singolo assurge a giudizio universale.

Ben si spiega il consenso di pubblico avuto dal romanzo e anche forse il Premio Nobel, se l’Autore è riuscito a intuire e interpretare il dissolversi dell’esistenzialismo in soggettivismo. E’ quasi un peccato che sia così ben scritto, così piacevole da leggere, così voluttuoso nella sua fragilità narrativa. E’ un peccato che tanta bellezza nasconda tanta disperazione, ma in fondo questo è il compito dei grandi scrittori: gettare un mantello di ermellino sullo scheletro dell’umanità.

sabato 17 dicembre 2016

Storie, fatti e fattacci di Torino

Titolo: Storie, fatti e fattacci di Torino
Autore: Renzo Rossotti
Anno di Pubblicazione: 1996
Genere: Saggio
Recensione di: Chiara Bortolin

Ci sono fatti che, nel momento in cui accadono, occupano le pagine dei giornali, diventano argomento di conversazione, di disputa nei caffè e si immaginano indelebili nella memoria. Naturalmente così non accade e la maggior parte della cronaca si dissolve nel tempo, consegnando alla Storia solo una rarefazione di essa.
Ciò non impedisce a un appassionato di fare qualche ricerca e di restituire al lettore contemporaneo racconti di antica data, ma di attuale interesse. E’ questa l’operazione che compie Rossotti nel raccogliere storie riguardanti vari aspetti di Torino.
Il libro espone in brevi capitoli racconti curiosi, come per esempio la testimonianza dei padroni della stanza affittata da Nietzsche quando soggiornò nel capoluogo piemontese; oppure la ricostruzione della curiosa passione di Lombroso per l’esoterismo o ancora la ricostruzione di casi delittuosi che godettero di notevole attenzione nei secoli passati.
Le vicende narrate sono un gradevole pretesto per ricostruire nell’immaginario una città che nel tempo è stata più volte ristrutturata. Si ripercorrono così vie che non esistono più, si respirano atmosfere di un tempo lontano, si attribuisce un significato nuovo a luoghi che ancora esistono, più usurati dall’abitudine che dagli anni trascorsi. 
L’Autore usa uno stile da narratore di aneddoti, più che da saggista, e questa scelta conferisce un tono familiare e avvolgente ai racconti, facendo facilmente perdonare al lettore qualche riga un po’ più ampollosa. 
Altro aspetto interessante, un merito da tributare all’Autore, è il saper trasmettere un tratto peculiare di Torino, una mentalità condivisa, che resiste nel tempo, un modo di procedere che definirei sabaudo. 
Si trova, questo modo di essere torinese, nei caffè storici, nei salotti ovattati dei palazzi d’epoca, negli ambienti eleganti e austeri dei musei, nelle chiacchiere sottovoce dei passanti, nell’operosità degli artigiani, nello spirito laborioso e geniale di tante esperienze artistiche. 
Non c’è nulla di arrogante in questo orgoglio torinese, ma solo la consapevolezza di essere una città con grandi risorse, un laboratorio di ingegni, un luogo di cultura, che nei secoli ha dato vita a grandi personaggi e che ne ha attirati da tutto il mondo.

Un saggio piacevole, da leggere con simpatia e da regalare senza tema di brutte figure, a dispetto dell’edizione economica. Un libro che, in pieno spirito sabaudo, mantiene più di quanto promette. 

sabato 10 dicembre 2016

Le élite imparino l’umiltà o il populismo sarà trionfante

Autore: Stephen Hawking
Anno di Pubblicazione: 2016
Genere: Articolo
Recensione di: Chiara Bortolin
Pertanto faccio parte senza dubbio di quelle élite che recentemente, in America e in Gran Bretagna, sono oggetto di un inequivocabile rigetto. L’elettorato britannico ha deciso di uscire dall’Unione Europea, i cittadini americani hanno scelto Donald Trump come prossimo presidente.

E gli italiani hanno votato no a un referendum il cui contenuto costituzionale è stato pressoché ignorato a favore di un significato politico. 
l motivi per cui ho scelto di commentare questo articolo di Hawking, di cui il Lettore può leggere la versione integrale cliccando sul link del titolo, sono diversi.
Il primo è che trovo significativo che un’eccellenza della fisica si esponga in prima persona per esprime un’istanza politica. E’ mia viva speranza che questo sia di esempio ad altri esponenti illustri del mondo del sapere, che negli ultimi anni hanno abbandonato la scena pubblica a favore dei propri luoghi di studio e al più a qualche pubblicazione divulgativa. E’ ora che le menti più brillanti del genere umano tornino a prendere posizione in materie che esulano dalle loro ricerche, ma che hanno su di esse un inevitabile impatto negativo.
Il secondo motivo è che il tono appassionato ma pacato con cui il Fisico si esprime rammenta che si possono prendere posizioni ferme, senza brutalità verbali.
Il terzo motivo è che l’amore per il sapere non è mai esclusivo: ci si può orientare, se si è fortunati, specializzare, in un ambito della conoscenza, ma questa scelta non è escludente. Chi ama la cultura riconosce ogni forma di ingegno, lo esalta e si emoziona per i suoi successi in qualunque sfera dello scibile esso si manifesti.
In ultimo, ma primo per importanza, vanno sottolineati i concetti espressi con semplicità da Hawking.  L’articolo si apre con una constatazione: è evidente che sia in atto rifiuto nei confronti delle élite e che questo rifiuto stia dilagando. Seconda evidenza: queste masse hanno trovato interpreti che le hanno guidate nel dare forma compiuta alla protesta attraverso l’espressione di voto.
L’Autore si pone il dubbio di come le élite reagiranno di fronte a queste prese di posizione, a maggior ragione in considerazione del fatto che le cause scatenanti questo malcontento sono ormai inarrestabili e che le soluzioni, se ci sono, non sono di immediata attuazione. Non solo, è prevedibile, a detta di Hawking, che le disuguaglianze siano destinate ad aumentare. 
Ad aggravare la percezione delle differenze è intervenuto in modo determinante il diffondersi delle informazioni attraverso internet, che rende tutto noto in tempo reale, tutto più ampiamente visibile, tutto massificato. 
L’articolo si chiude con un elenco di problemi da affrontare, per il bene di tutti, e con un accorato appello alla cooperazione. 
I temi esposti sono di largo interesse e ciascuno di essi meriterebbe di essere sviluppato in tavoli di confronto. Mi permetto qui di sottolineare tre aspetti a me particolarmente cari, il primo di ordine storico, il secondo di ordine sociale, il terzo di ordine comunicativo.
Per quanto concerne la Storia, non è certo la prima volta che le masse si sollevano contro il potere costituito. A mia memoria, non è mai accaduto che questi moti si siano conclusi pacificamente. 
Per quanto attiene la questione sociale, è mia opinione che il concetto di élite andrebbe scorporato in almeno due grandi categorie: un conto sono i detentori del potere, un conto sono i detentori del sapere. 
Se non si effettua almeno questo distinguo, si offre agio ai sobillatori di mettere sullo stesso piano un affarista senza scrupoli e un ricercatore scientifico. Che coloro che studiano, si impegnano e investono, come Hawking, la loro vita a vantaggio del genere umano siano confusi con uno sfruttatore della povertà è indegno prima che scorretto. Che poi anche alcuni, non tutti, non la maggioranza, dei detentori del sapere abbiano accesso a risorse economiche importanti non può in nessun caso essere motivo di ostilità. L’invidia sociale non ha bisogno di ragioni, si alimenta di luoghi comuni, che come è noto, sono lontani dalle accademie.
Infine, l’aspetto relativo alla comunicazione. Internet e le sue varie applicazioni sono un eccellente strumento di diffusione del sapere, ma sfortunatamente anche dell’ignoranza. Contrariamente a quanto affermano soggetti interessati e coinvolti, la diffusione di internet non ha affatto reso più democratica l’informazione o l’accesso a essa. Il fatto che ciascuno possa rispondere a un post di un politico o possa condividere un pensiero con un numero di persone mediamente più elevato di quanto effettivamente ne conosca, non fa che appiattire il significato di tutto ciò che viene diffuso, in un marasma dove il singolo si incontra o si scontra con un altro, all’interno però di un contenitore che è di proprietà di un terzo.
Sebbene io mi ritenga un’ottimista, in questo contesto non ho ragione di credere in una soluzione rapida e indolore dei disagi collettivi. Piuttosto inizio a credere che questa insistente evocazione di democrazia stia assumendo i rigidi contorni di un insieme chiuso, in cui la Democrazia medesima non verrà però ammessa.

E’ mio auspicio che menti brillanti, come Hawking,  continuino a proporre soluzioni che io non posso intravedere, perché in ogni caso, in ogni tempo, le soluzioni consistenti sono sempre arrivate da uomini di ingegno.

sabato 3 dicembre 2016

Bullismo a scuola

Titolo: Bullismo a scuola
Autore: Dan Olweus
Anno di Pubblicazione: 1993
Genere: Saggio
Recensione di: Chiara Bortolin

Philip si suicidò dopo essere stato sistematicamente preso in giro e umiliato tre compagni di classe. Gli erano stati rubati gli appunti il giorno prima dell’esame, che fu costretto a sostenere ugualmente, con esito negativo. Timoroso di raccontare tutto ai suoi genitori, Philip scelse la morte. Rincasò da scuola e si appese con una una alla porta della sua camera da letto.

La parola bullismo, anche nella sua forma più tecnologicamente avanzata, cyber bullismo, è ormai ampiamente ricorrente nelle cronache come nelle chiacchiere. Come sovente accade, la diffusione del termine non sempre corrisponde alla diffusione della conoscenza del significato, né tanto meno della conoscenza del fenomeno.
Capita così che s verifichi un paradosso: che si gridi al bullismo là dove non c’è e viceversa si taccia dove si verifica. Scrivo paradosso, ma di paradossale c’è solo la manifesta incapacità da parte degli adulti di assumersi le proprie responsabilità.
Da un lato si riscontra la tendenza a patologizzare ogni problema: una persona malinconia è immediatamente depressa; una persona presa in giro, è immediatamente discriminata; un inconveniente è un trauma. 
Dall’altro lato si minimizza ogni problema reale: una famiglia indifferente è annoverata come spartana, un insegnante vile viene definito discreto, un educatore negligente è oberato dal lavoro.
In questo guazzabuglio, il libro di Olweus è un utile strumento di approfondimento per chiunque si interessi di minori. Il testo si apre con la riproposizione di alcuni fatti di cronaca volti a d dare una dimensione concreta al fenomeno.
Nelle pagine a seguire, Olweus, con buona organizzazione del pensiero, va a dare alcune linee guida: definizione del fenomeno, attori principali e secondari, modalità di identificazione dei protagonisti e  indicazioni pratiche per prevenire, diagnosticare e intervenire. Il saggio, nella versione italiana, si chiude con uno studio svolto nel nostro Paese.
Dalla pubblicazione sono passati parecchi anni, manca in effetti una sezione riguardante la versione cibernetica del bullismo, oggi alla ribalta non solo nei per ciò che attiene ai minori. Nonostante ciò, l’analisi proposta è attuale, convincente e utile, perché la tecnologia è solo un mezzo attraverso cui esprimere la crudeltà, ma le dinamiche scatenanti non sono affatto diverse.
Il testo appare un vademecum prezioso per chi non abbia una formazione specifica in ambito psicologico, ma abbia a che fare con minori frequentemente. L’impostazione divulgativa ha il pregio di unire la teoria alla pratica, mediante molti esempi, aneddoti e fatti di cronaca. Questo naturalmente rende il testo anche scorrevole, fruibile anche ai non addetti ai lavori e di immediata comprensione.

Come tutto ciò che attiene all’animo umano, la comprensione è tanto maggiore quanto più il lettore è disposto a considerarsi un potenziale attore. Conoscere meglio il fenomeno del bullismo è utile in ogni caso:  per un verso a evitare inutili allarmismi, dall’altro lato a evitare che certe situazioni degenerino tragicamente . Con metodo, con cuore e, perché no, con un po’ di sano  bistrattato buon senso.

Dedica

Ad Andrea, certo che 'l trapassar dentro è leggero