Autore: Helga Schneider
Titolo: Il Rogo di Berlino
Genere: Romanzo
Anno di Pubblicazione: 1995
Recensione di: Chiara Bortolin
Dopo la nascita di mio fratello Peter, mia madre scoprì di aver sbagliato carriera. Ben presto si convinse che servire la causa del Führer fosse più onorevole dell'allevare i propri figli; così ci abbandonò entrambi in un appartamento di Berlin-Niederschönhausen e si arruolò nelle SS. Era l'autunno del 1941 e le forze tedesche se la passavano male sul fronte russo.
Nonostante questo libro sia edito da Adelphi, casa editrice di pregio, nonostante sia reperibile in qualsiasi negozio che rechi l’insegna libreria, nonostante sia disponibile anche in formato elettronico, è assai raro imbattersi in un suo lettore.
Il fatto è assai curioso, perché Il Rogo di Berlinonon ha nulla da invidiare a molti altri testi riguardanti il periodo bellico, talvolta più venduti e meno significativi.
La vicenda narrata è una storia vera che trae origine dall’esperienza personale dell’Autrice. Volutamente ignoro il termine autobiografia, perché il primo merito della Schneider è essere riuscita a fare di una vicenda molto specifica una narrazione comprensibile a tutti.
Helga, la protagonista nella Storia e nella storia, non è solo una bambina abbandonata, istituzionalizzata, restituita a una famiglia raffazzonata. Non è nemmeno solo una dei bambini che visita il bunker del Fuhrer. Helga è un’adulta che rilegge il proprio essere stata bambina in un certo contesto storico: i ricordi sono restituiti con vivezza da una donna che ha saputo fare pace con il proprio passato.
Questa operazione, sicuramente non facile, offre credibilità alla narrazione: questo è il secondo merito. Lontana da ogni tentazione retorica, la Schneider non giudica la storia e non prende la comoda posizione della vittima che vanta un diritto di rivalsa. L’autrice, tedesca di nascita, austriaca per trasferimento e italianizzata per amore, narra il dramma della guerra.
Ancora più apprezzabile è il contenuto storico che il libro trasmette attraverso le vicissitudini personali: la Scrittrice descrive ambienti, situazioni, accadimenti, che solitamente si perdono nei libri di Storia, perché troppo specifici, e si distorcono in pubblicazioni di scarso livello e molta polemica.
E’ da credere che queste poche dolcissime pagine abbiano richiesto una grande fatica alla sua Autrice. Si dovrebbe un po’ di gratitudine a chi fa della propria sofferenza un romanzo di grande spessore; si dovrebbe essere grati a chi, con discrezione, sollecita la comprensione e non il giudizio; si dovrebbe offrire un posto nella propria libreria a un romanzo che tratta la complessità con semplicità.
Afferma la Schneider che nessuno sopravvive alla guerra, neppure i vivi. La stessa lezione di Primo Levi, la stessa di Kertez, la stessa del del Diario di Anna Frank. Vale la pena ripassarla, con questo romanzo bello, ben scritto, troppo poco conosciuto ma davvero apprezzabile.

